4 marzo 2013

JOHNNY MARR "THE MESSENGER"

SE NE PARLASSI IO NON SAREI OBIETTIVO, TROPPO L'AMORE CHE IN GIOVENTU' (E NON SOLO) HO AVUTO PER GLI SMITHS. QUINDI LASCIO PARLARE LA BELLA RECENSIONE DI DAVIDE SECHI SUL SITO "ONDAROCK".


Londra, agosto 1994, nei pressi di Holborn Station, due giovani si mangiano con gli occhi la vetrina di un negozietto dedito al jazz. D’un tratto, dietro di loro, si staglia la figura di un signore discretamente nascosto da un paio di Ray-Ban. Pochi istanti, il dubbio, la sorpresa, il sussurro “Oh, ma è Johnny Marr?!”, la repentina richiesta di chiarimento verso il tipo inchiodato alle proprie responsabilità. E il tipo si dà alla fuga, discutibile, clamorosa, anche comica. John Martin Maher, alias Johnny Marr, alias fine tessitore di professione chitarrista, non ha mai spasimato per le smancerie tipiche della stardom pop; ai tempi della partnership smithsiana, i propositi di simil-carboneria furono scambiati, a seconda dei punti di vista, come una rilettura dei sogni di purezza o come una scelta di carattere snobistico. All’alba della primavera 1987, mentre Morrissey aveva già deciso di far fruttare in maniera più convinta il suo ciuffone rockabilly, Marr cominciava a indossare sempre più frequentemente le sue pantofole union jack. Casa dolce casa, tranquillità, una pinta ogni tanto, e quella chitarra tanto applaudita da prestare ad amici e semplici ammiratori.

Chi ha tempo non lo aspetti all’infinito, ma Johnny s’era già rotto le scatole di proverbi e di figure sagge. Venticinque anni a gironzolare ovunque, incarnando l’immagine di session-man prezioso, figura di fatto mai decollata in Gran Bretagna; da quelle parti preferiscono sostare dalle parti del dilettantismo, anche quando non è vero, anche quando si tratta di Johnny Marr, lo scoperchiatore  della deriva synth, il rivitalizzatore della tradizione sixties, l’ex-ragazzo che fa parlare solo le sue corde e poi scappa a casa dalla moglie. E invece, e chi se l’aspettava più, ecco arrivare un lavoro a firma Johnny Marr, un vero e proprio debutto solista. Non una semplice cartolina di saluti, ma una lunga lettera confessione, il racconto di una vita, 30 anni di passioni, di apprendimenti e insegnamenti, la fotografia nitida, ricca di particolari della variegata stagione del cosiddetto indie-pop rock. Una celebrazione ma di quelle intelligenti e dannatamente ispirate. Tanta, tantissima chitarra, stordente ma mai volgare, mai fine a se stessa, sempre al servizio del canzoniere.

Dodici pezzi e mai una caduta di tono, e la cosa assume i connotati della sorpresa, anche perché l’ex-outsider se li canta da solo e non sfigura. Una spolverata di grande musica pop, in cui si parla la lingua del post-punk, del northern soul, dove affiorano sorprendenti richiami meccanico-sintetici, dove si può ballare senza vergognarsi per un’età non più verdissima. Marr che sceglie l’arma dell’autoironia e si dichiara il Messaggero, parte in quarta e miracolosamente non si spegne mai: il ritmo battente, la voce sicura, le 12 chitarre sovra-incise dell’opening track “The Right Thing Right”, palesano sin dalle parole la sicurezza degli intenti; l’insistenza declamante di “I Want The Heartbeat” risucchia l’ascoltatore all’interno di una spirale fatta di furore agonistico dalle idee però mai annebbiate, dove l’ex-socio di Moz sbraita elegantemente alla Adrian Belew e illustra qualche modo differente per accompagnare con le chitarre una canzone.

Poi, ovviamente, un lungo excursus lungo la storia della popular music britannica, condito da spettacolari aperture melodiche e rilanci corali da pelle d’oca (“European Me”), spinte rock apparentemente brutali ingentilite da un dandysmo mai tramontato (“Upstarts”), antiche beatlesate macchiate da vetusta ma sempre saporita spezia wave (“Word Starts Attack”, con riff richiamante i Ferdinand e solo spazzola tutto che applaude The Edge), l’ultima idea, in ordine di tempo, di discoteca brit che affiora in “Generate! Generate!”, l’omaggio al Bernard Sumner più acustico in “New Town Velocity”, “la Manchester che diventa Madchester e forse è anche merito mio” della superba title track, con quattro corde in ottave disco e chitarre futuristiche, la tetra, teatrale, progressiva in termini di intensità crescente “Say Demesne”, base synth e vocalità assortite, da Peter Murphy a Richard Butler, passando per il Bono berlinese. Scusi ma…  lei è Johnny Marr? Altroché se lo sono!

(04/03/2013)

STEVEN WILSON "THE RAVEN THAT REFUSED TO SING"

CON "THE RAVEN THAT REFUSED TO SING" STEVEN WILSON, MENTE DEI PORCUPINE TREE E DI UNA MIRIADE DI PROGETTI PARALLELI, SCRIVE UNA DELLE PAGINE PIU' BELLE DEL PROG-ROCK MODERNO. ODDIO, MODERNO PER MODO DI DIRE...IL DISCO E' UN SALTO INDIETRO DI 40 ANNI, AI SUONI DELLA TRINITA' PROG DEI PRIMI ANNI 70, GENESIS YES E KING CRIMSON. A MIO GIUDIZIO UN CAPOLAVORO, MA NON SOLO MIO COME POTETE LEGGERE NELLA BELLA RECENSIONE CHE SEGUE DI STEFANO FASTI DAL SITO ON LINE "STORIA DELLA MUSICA".


R Recensione

7,5/10

Steven Wilson

The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)

Sem­pre più de­ci­so a non di­sper­de­re le ener­gie messe in campo nel corso del suo primo tour da so­li­sta, cul­mi­na­to con la pub­bli­ca­zio­ne del ma­gi­stra­le do­cu­men­to live "Get All You De­ser­ve", e a non rom­pe­re le fila della su­per­la­ti­va li­ne-up che l'ha ac­com­pa­gna­to (ri­con­fer­ma­ti Marco Min­ne­mann alla bat­te­ria, Nick Beggs al basso, al Cha­p­man stick e alle voci, Adam Hol­z­man alle ta­stie­re e al piano, Theo Tra­vis al flau­to e al sax; viene la­scia­to a piedi il solo Niko Tso­nev, men­tre al suo posto sale sul bus il più ta­len­tuo­so chi­tar­ri­sta Gu­th­rie Govan), Ste­ven Wil­son mette su­bi­to a frut­to le idee svi­lup­pa­te du­ran­te il suo at­tua­le gi­ro­va­ga­re in un con­te­sto mu­si­ca­le de­ci­sa­men­te più vir­tuo­so di quan­to i Por­cu­pi­ne Tree si siano mai fatti por­ta­to­ri.
Con le can­zo­ni già in tasca, nel giro di pochi gior­ni di in­fuo­ca­te ses­sio­ni in stu­dio a Los An­ge­les con Alan Par­sons (pro­prio lui) alla regia, "The Raven That Re­fu­sed To Sing (And Other Sto­ries)" ha preso ra­pi­da­men­te forma. Quan­to emer­ge è an­co­ra di più ascri­vi­bi­le al Pro­gres­si­ve Rock “clas­si­ca­men­te in­te­so” ri­spet­to a quan­to co­strui­to nei due pre­ce­den­ti la­vo­ri in stu­dio: Wil­son pren­de le di­stan­ze anche dalle fe­li­ci in­tui­zio­ni trip-hop che pure con con­vin­zio­ne erano af­fio­ra­te sia in “In­sur­gen­tes” del 2008 che in “Grace For Dro­w­ning” del 2011 (ri­spet­ti­va­men­te i brani Aban­do­ner e Index), per but­tar­si a ca­po­fit­to nel mare pri­mi­ge­nio, col­lo­can­do le lan­cet­te della mac­chi­na del tempo fra il ‘70 e il ‘75 e pro­van­do a di­mo­strar­ci quan­to quel­le coor­di­na­te mu­si­ca­li pos­sa­no an­co­ra fe­li­ce­men­te espri­mer­si nel pre­sen­te, una volta tran­si­ta­te e cen­tri­fu­ga­te nel suo ca­lei­do­sco­pi­co “frul­la­to­re ce­re­bra­le”. Molto più mar­gi­na­le, ri­spet­to a quan­to ac­ca­du­to nel pre­ce­den­te opus, il back­ground Crim­so­nia­no: ma solo per­ché sta­vol­ta la na­vi­ga­zio­ne ha pro­ce­du­to su altre rotte, fra quel­le trac­cia­te nei Se­ven­ties da altri “ca­pi­ta­ni co­rag­gio­si”.
Lu­mi­nol (che ave­va­mo già in­con­tra­to in an­te­pri­ma nel tour dello scor­so anno) si apre con un intro clas­si­ca­men­te Yes-orien­ted (basso e cori in gran­dis­si­mo ri­lie­vo), a cui se­guo­no se­zio­ni che odo­ra­no, al­ter­na­ti­va­men­te, di Ca­ra­van, di jazz-rock, di Ge­ne­sis (di cui nel fi­na­le si ma­neg­gia­no le stes­se at­mo­sfe­re so­len­ni di Wat­cher Of The Skies), per con­clu­der­si in una apo­teo­si prog, con stra­ti spes­sis­si­mi di Mel­lo­tron (ciò che sen­ti­te è pro­dot­to da quel­lo che Ro­bert Fripp cu­sto­di­sce nella sua di­mo­ra), fan­ta­sma­go­ri­ci giri di piano, in­cur­sio­ni di flau­to e di sax, men­tre una ver­ti­gi­ne rit­mi­ca co­strui­sce una scala che ascen­de verso le alte sfere ce­le­sti. Nella parte cen­tra­le, più som­mes­sa, Wil­son mette nuo­va­men­te in evi­den­za la sua pas­sio­ne per i gio­chi co­ra­li che fu­ro­no di CSN&Y.
In Drive Home il mood ge­ne­ra­le (spe­cial­men­te nella strut­tu­ra, nel ri­tor­nel­lo e nel li­qui­do as­so­lo po­si­zio­na­to in chiu­su­ra), ri­cor­da dav­ve­ro molto da vi­ci­no quel­la Shed­mo­ve­don che era su “Light­bulb Sun” dei Por­cu­pi­ne Tree, anche se qui è tutto più ral­len­ta­to e av­vol­gen­te. L’in­tro­du­zio­ne ha un sa­po­re che me­sco­la sug­ge­stio­ni Ge­ne­si­sia­ne (o forse bi­so­gne­reb­be dire Hac­ket­tia­ne) e altre ti­pi­ca­men­te Wil­so­nia­ne. Non a caso que­sto è l’e­pi­so­dio del­l’al­bum più ri­con­du­ci­bi­le a “bal­lad spa­zia­li” come Stars Die e, in tempi re­cen­ti, come De­form To Form A Star (su “Grace For Dro­w­ning”). Ad ogni modo Drive Home po­te­va tran­quil­la­men­te es­se­re una nuova com­po­si­zio­ne della sua ex-com­pa­gi­ne.
The Holy Drin­ker: con­trad­di­stin­to da un in­ci­pit dav­ve­ro ri­bol­len­te dal sa­po­re molto jazz-prog-rock  (so­spe­so fra Re­turn To Fo­re­ver, Ma­ha­vi­snu Or­che­stra e Henry Cow) con Theo Tra­vis in vena di rug­gen­ti svi­sa­te al sax, si ri­ve­la es­se­re il più “obli­quo” brano del la­vo­ro, sol­ca­to da cori sug­ge­sti­vi, con Adam Hol­z­man dav­ve­ro pro­ta­go­ni­sta al piano elet­tri­co e al­l'or­ga­no, in par­ti­co­lar modo nella se­zio­ne con­clu­si­va. Nel corso dei suoi dieci mi­nu­ti tor­na­no alla mente i Deep Pur­ple d'an­na­ta (spe­cial­men­te quan­do le danze vol­go­no al ter­mi­ne), anche se nei fran­gen­ti più in­tri­ca­ti e ma­gni­lo­quen­ti a rie­cheg­gia­re sono gli ELP.
In The Pin Drop si ha l’im­pres­sio­ne, per l’an­da­men­to, per il ri­cor­ren­te ar­peg­gio di chi­tar­ra e per i cori, che il brano sia stato mo­del­la­to su Drown With Me dei Por­cu­pi­ne Tree (pre­sen­te sul bonus disc di “In Ab­sen­tia”). Una sot­ti­le ma­lin­co­nia in­cre­spa tutta la vena me­lo­dia su cui il pezzo è co­strui­to. Per forza di cose non è l’e­pi­so­dio più si­gni­fi­ca­ti­vo del la­vo­ro.
Con The Wat­ch­ma­ker (12 mi­nu­ti...) ci tro­via­mo di fron­te al pezzo car­di­na­le del la­vo­ro. Ad una parte ini­zia­le dal gusto Ge­ne­sis (con ri­fe­ri­men­to par­ti­co­la­re a For Ab­sent Friends, anche se è tutto “Nur­se­ry Cryme” del 1971 ad es­se­re preso come punto di ri­fe­ri­men­to), molto ma­lin­co­ni­ca ed eva­ne­scen­te, segue una parte dove Wil­son ci va giù pe­san­te nella ci­ta­zio­ne dei Pink Floyd. In que­sto fran­gen­te, si ri­cal­ca­no dav­ve­ro trop­po fe­del­men­te sia Shine On You Crazy Dia­mond Pt.V (al so­prag­giun­ge­re del­l’as­so­lo di sax), sia il mag­ma­ti­co in­ter­mez­zo stru­men­ta­le di Money. Suc­ces­si­va­men­te il piano pren­de il so­prav­ven­to e le voci (sem­pre molto in stile West Coast, se non ad­di­rit­tu­ra in odor di Beach Boys in con­tro­lu­ce) si apro­no a sce­na­ri in­va­si da un sole ab­ba­ci­nan­te. Il fi­na­le é te­sis­si­mo e punta di­rit­to in di­re­zio­ne sia dei Van der Graaf Ge­ne­ra­tor, sia dei Ge­ne­sis di The Foun­tain Of Sal­ma­cis.
A que­sto punto viene da pen­sa­re che la ti­tle-track possa co­sti­tui­re il mo­men­to più “ori­gi­na­le” del­l’in­te­ro disco, anche se in essa si rin­ven­go­no le ca­rat­te­ri­sti­che sti­li­sti­che di altre bal­la­to­ne si­de­ra­li del re­per­to­rio Wil­so­nia­no (Col­lap­se The Light Into Earth dei Por­cu­pi­ne Tree, ma anche il pezzo che da il ti­to­lo al­l’a­bum del­l’e­sor­dio so­li­sta).  Ad un in­tro­spet­ti­vo ini­zio, ba­sa­to su ip­no­ti­co fra­seg­gio di piano – su cui si erge un canto dalle mo­da­li­tà non trop­po dif­fe­ren­ti da quel­le di Thom Yorke quan­do è inar­ca­to sui tasti di ebano e avo­rio – su­ben­tra­no gli archi che “apro­no” il brano verso un fi­na­le “ascen­den­te” al modo in cui lo può es­se­re una Awa­ken o una Star­ship Troo­per degli Yes, tanto per pro­por­re un vago esem­pio.
Non è dato ca­pi­re quan­to Wil­son abbia de­le­ga­to al nuovo chi­tar­ri­sta, gli oneri che in pas­sa­to spet­ta­va­no a lui: a giu­di­ca­re dai video delle ses­sio­ni di re­gi­stra­zio­ne messi on-li­ne sul sito uf­fi­cia­le, sem­bra sem­pre più chia­ro che l’ar­gu­to mu­si­ci­sta si stia sem­pre più ri­ta­glian­do il ruolo di di­ret­to­re d’or­che­stra dei pro­fes­sio­ni­sti chia­ma­ti a dar voce alle sue com­po­si­zio­ni. Anche per­ché gli as­so­li di chi­tar­ra sono di­ve­nu­ti sem­pre più com­ples­si di quel­li che po­po­la­va­no i suoi pre­ce­den­ti la­vo­ri e dun­que, per quan­to Wil­son sia un ispi­ra­to e pre­pa­ra­to stru­men­ti­sta, dif­fi­cil­men­te po­treb­be con­dur­re le danze in que­sti pa­no­ra­mi mag­gior­men­te pro­te­si al vir­tuo­si­smo.
E ora viene il com­pi­to più dif­fi­ci­le: dare una quo­ta­zio­ne d’in­sie­me ad un album (ec­ce­zio­nal­men­te) suo­na­to e com­po­sto per sod­di­sfa­re qua­lun­que es­se­re umano esi­lia­to da que­sta terra in­tor­no al 1975 e ri­tor­na­to solo oggi nel suo pia­ne­ta natio. Ri­cor­da­te il film “Good­bye, Lenin!” nel quale per non trau­ma­tiz­za­re la madre ri­de­sta­ta da un lungo coma, il fi­glio si in­ge­gna a ri­co­strui­re le lo­ca­tion di vita quo­ti­dia­na della Ber­li­no prima della ca­du­ta del muro? Ecco, Ste­ven Wil­son com­pie un’o­pe­ra­zio­ne pres­so­ché ana­lo­ga (anche se con molto meno iro­nia), rea­liz­zan­do un’o­pe­ra di rara pre­ci­sio­ne nella ri­co­stru­zio­ne di un’e­ra mu­si­ca­le e riu­scen­do­ci me­glio di chiun­que sia ci­men­ta­to in un si­mi­le sfor­zo negli ul­ti­mi 30 anni. E, seb­be­ne il li­vel­lo di scrit­tu­ra sia co­mun­que molto alto, le ci­ta­zio­ni e i ri­fe­ri­men­ti si spre­ca­no. E così, a chiun­que sia vis­su­to dei gran­di ca­po­la­vo­ri degli Anni ’70, in di­ret­ta o in dif­fe­ri­ta, ri­sul­te­rà ini­zial­men­te dif­fi­ci­le con­cen­trar­si nel­l’im­ma­nen­te flus­so so­no­ro, tro­van­do­si a rin­cor­re­re i tanti echi che ad ogni piega si ri­ve­la­no al­l’a­scol­to. Tutti co­lo­ro che in­ve­ce, per la gio­va­ne età ma anche per altre ra­gio­ni, non siano così av­vez­zi con quel mondo e ab­bia­no vo­glia di at­tra­ver­sar­lo, al­lo­ra oggi sco­pri­ran­no di avere a di­spo­si­zio­ne una ag­gior­na­tis­si­ma mappa per gui­dar­li nel­l’im­pre­sa. La malia di “The Raven That Re­fu­sed To Sing (And Other Sto­ries)” è tal­men­te ben or­di­ta da in­si­nuar­si, anche al di là di ogni re­ti­cen­za, di ogni ra­gio­ne­vo­le dub­bio: così pur es­sen­do tan­gi­bi­li i li­mi­ti crea­ti­vi di un album sif­fat­to, il suo “me­ra­vi­glio­so peso” tende a ri­ve­lar­si un far­del­lo di cui è go­du­rio­so farsi ca­ri­co. Nei mo­men­ti in cui ci si ab­ban­do­na alla forza evo­ca­ti­va e alla fa­sci­na­zio­ne di que­sto “sunto (in­com­ple­to) della sto­ria del prog”, re­mo­re e in­cer­tez­ze sem­bra­no dis­sol­ver­si. Ma anche sot­traen­do le orec­chie al canto delle si­re­ne, la va­lu­ta­zio­ne del disco non può es­se­re pe­na­liz­za­ta ri­con­du­cen­do il tutto a mera sug­ge­stio­ne o a sem­pli­ce no­stal­gia.
Ri­cor­da­re quan­te volte fra fine Anni ’90 e ini­zio Anni 2000 Wil­son si é pro­di­ga­to nel met­te­re in guar­dia i suoi fan delle ope­ra­zio­ni tese a re­stau­ra­re pe­dis­se­qua­men­te l’era del prog e della psi­che­de­lia (in parte abiu­ran­do anche ciò che ave­va­no fatto i Por­cu­pi­ne Tree di “The Sky Moves Si­deways”), spin­gen­do­li a guar­da­re avan­ti, in­du­ce ad espor­re le odier­ne scel­te del com­po­si­to­re in­gle­se ad una ple­to­ra di in­ter­pre­ta­zio­ni (al­cu­ne delle quali non molto in­dul­gen­ti), te­nen­do in con­si­de­ra­zio­ne che ormai è anche di­ve­nu­to il guru  in­di­scus­so dei mix 5.1, of­fren­do i suoi ser­vi­gi a King Crim­son, ELP, Ca­ra­van, Je­th­ro Tull che hanno af­fi­da­to a lui il “re­stau­ro” dei loro gran­di ca­po­la­vo­ri.
Le esor­ta­zio­ni dello Ste­ven Wil­son tren­ten­ne pro­ba­bil­men­te ori­gi­na­va­no dai ti­mo­ri di ve­de­re an­nul­la­ta o anche solo ri­di­men­sio­na­ta la pro­pria po­lie­dri­ca va­len­za ar­ti­sti­ca (che per­se­gui­va at­tra­ver­so pro­get­ti anche de­ci­sa­men­te poco con­so­nan­ti fra loro: Bass Com­mu­nion, I.E.M., no-man...), alla luce di una in­cli­na­zio­ne pas­sa­ti­sta; ti­mo­ri ve­ro­si­mil­men­te av­va­lo­ra­ti da una serie di at­teg­gia­men­ti ben ri­scon­tra­bi­li nelle tri­bu­ne della mu­si­ca indie, oggi come dieci, venti o tren­ta anni fa. Ho spes­so po­tu­to con­sta­ta­re – e come l’ho fatto io, l’a­vrà sen­z’al­tro fatto Wil­son – quan­to fe­ro­ce­men­te ven­ga­no at­tac­ca­ti gli ar­ti­sti che si ar­ri­schia­no nel re­vi­val pro­gres­si­vo, ri­spet­to ai tanti che, a par­ti­re da ter­re­ni po­ve­ri di humus com­po­si­ti­vo, rie­sco­no a co­strui­re al­ti­so­nan­ti car­rie­re di agri­col­to­ri so­no­ri com­ple­ta­men­te al­l’om­bra di al­be­ri non meno se­co­la­ri an­naf­fia­ti di new-wa­ve, elet­tro­ni­ca, po­st-punk, in­du­strial, black music, folk (ame­ri­ca­no o in­gle­se). Ep­pu­re, in qual­che mi­su­ra, sem­bra sem­pre che chiun­que si im­pe­gni – con in­ten­zio­ni più o meno sin­ce­re – a ri­da­re nuove pro­spet­ti­ve di espres­sio­ne alla sta­gio­ne d’oro del Prog sia da squa­li­fi­ca­re a pre­scin­de­re, ri­con­du­cen­do l’o­pe­ra­zio­ne al­l’e­di­fi­ca­zio­ne di un tron­fio “Ju­ras­sic Park”, ri­spet­to alla ge­nui­ni­tà dei “giar­di­ni d’in­fan­zia” al­le­sti­ti dalle band di grido che ci ven­go­no se­gna­la­te dai siti “bene” del­l’In­ghil­ter­ra che conta.
Penso che l’era dei gran­di ma­sto­don­ti del prog (non tutti in­cli­ni ad adat­tar­si alle mu­ta­zio­ni am­bien­ta­li), ul­ti­ma­ta­si con il ca­ta­cli­sma cau­sa­to dal me­teo­ri­te punk, abbia spia­na­to la stra­da alla con­get­tu­ra co­mu­ne­men­te con­di­vi­sa che chiun­que torni ad as­su­me­re le sem­bian­ze di que­gli ar­cai­ci e ca­ra­col­lan­ti es­se­ri, me­ri­ti – oggi come al­lo­ra – un ana­lo­go “ab­bat­ti­men­to cul­tu­ra­le”: e poco im­por­ta che a pen­sar­la così siano anche al­cu­ni fra gli stes­si ex-gio­va­ni dei primi ’70, quel­lo che pre­va­le è che me­dia­men­te qual­sia­si grup­po de­ri­va­ti­vo punk, sia degno di so­prav­vi­ve­re sem­pre e co­mun­que a qual­sia­si grup­po de­ri­va­ti­vo prog. La sto­ria deve sem­pre ri­pe­ter­si. L’e­po­pea di quel­l’e­ra deve es­se­re (con­si­de­ra­ta) ter­mi­na­ta, per prin­ci­pio e in virtù di un fine par­ti­ta apo­ca­lit­ti­co. Per­so­nal­men­te ri­ten­go che i ri­sul­ta­ti più av­vin­cen­ti (per il cer­vel­lo, per il cuore e per la sto­ria della mu­si­ca tutta) ab­bia­no avuto luogo pro­prio quan­do al­cu­ne for­ma­zio­ni – This Heat e Car­diacs sono i nomi a me più cari – hanno smes­so di ra­gio­na­re per di­co­to­mie dando il via ad az­zar­di acu­tis­si­mi che ma­ga­ri non hanno pa­ga­to com­mer­cial­men­te, ma che hanno ri­ful­so con paz­zoi­di e ne­ces­sa­ri lampi di genio.
Men­tre resta solo una teo­ria non con­fer­ma­ta, il fatto che colui che fu il leder dei Por­cu­pi­ne Tree, forse vista l’i­nu­ti­li­tà degli sfor­zi nel cer­ca­re di af­fran­car­si da eti­chet­te che ormai gli si erano cu­ci­te sulla pelle, abbia de­ci­so di tor­na­re in quel mare ma­gnum, af­fron­tan­do con inu­si­ta­ta con­sa­pe­vo­lez­za le sue acque pe­ri­co­lo­se, fino a son­dar­lo a pro­fon­di­tà mai rag­giun­te prima. Nel far ciò, l’i­mi­ta­zio­ne degli ar­che­ti­pi non si esau­ri­sce con la ri­pe­ti­zio­ne di mo­del­li, ma trova spazi di ma­no­vra per ri­sta­bi­li­re un rap­por­to, per quan­to pos­si­bi­le, in­con­ta­mi­na­to – quasi “fan­ciul­le­sco” – con la mu­si­ca delle ori­gi­ni, ossia quel­la che gi­ra­va at­tor­no ad un in­tro­ver­so bam­bi­no in­gle­se.
Non nutro dub­bio al­cu­no che i King Crim­son di “The Con­stru­Kc­tion Of Light” (2000) come anche di “The Power To Be­lie­ve” (2003) hanno vis­su­to su ben più di­stan­ti pia­ne­ti, sa­pen­do edi­fi­ca­re – alla fine del loro ar­ti­co­la­to ex­cur­sus so­no­ro – forse la più mo­der­na, al­te­ra­ta, ibri­da­ta ipo­te­si di “mu­si­ca pro­gres­si­va” che qual­sia­si altro ar­ti­sta pro­ve­nien­te da quel­le stes­se lande, e con le stes­se de­ca­di sulle spal­le, abbia mai por­ta­to alla luce: dun­que Wil­son da loro ha ben altro da im­pa­ra­re che il sem­pli­ce sen­tir­si in co­mu­nio­ne di spi­ri­to con il Fripp di oltre qua­ran­ta anni or­so­no. Tut­ta­via lo Ste­ven Wil­son del pre­sen­te – che pur­trop­po non è più l’a­ma­to au­to­re del­l’a­sce­ti­ca magia dei no-man e che in­ge­nuo non lo è di si­cu­ro –  è di fatto oggi, nel se­con­do de­cen­nio del 2000, il più il­lu­stre, abile e scal­tro in­ter­pre­te del pro­gres­si­ve anni ’70, no­no­stan­te ciò co­sti­tui­sca in sé un pa­ra­dos­so. Cer­ta­men­te ri­ma­ne un do­ma­to­re che sa spet­ta­co­lar­men­te de­streg­giar­si con leoni ben ad­de­stra­ti da altri Ma­stri cir­cen­si. Ma sono per­sua­so che quan­to in fu­tu­ro il chi­tar­ri­sta/com­po­si­to­re avrà da of­frir­ci non si esau­ri­rà su que­sto stes­so ter­re­no di gioco.
No­no­stan­te ogni altra con­si­de­ra­zio­ne, il disco, un vero golem so­no­ro pla­sma­to con un’ar­te dalla sa­pien­za an­ti­ca, at­ten­de solo che l’a­scol­ta­to­re (e lui solo), in base alla sua sto­ria e al suo grado di sin­to­nia con la mu­si­ca in esso rap­pre­sen­ta­ta (e non tanto con il suo ar­te­fi­ce), ne de­cre­ti il di­rit­to al­l’e­si­sten­za la­scian­do in­tat­te le let­te­re im­pres­se sulla fron­te di que­sta mi­to­lo­gi­ca crea­tu­ra (“emet”, vita, ve­ri­tà) op­pu­re can­cel­lan­do la vo­ca­le “e” (“met”, morte) e con­se­gnan­do­la alla terra e al­l’o­blio.


14 febbraio 2013

BAUSTELLE "FANTASMA" - RECENSIONE

HO SEMPRE AMATO MOLTISSIMO I BAUSTELLE, FIN DALL'ESORDIO PIU' DI DIECI ANNI FA' CON "IL SUSSIDIARIO ILLUSTRATO DELLA GIOVINEZZA" E "LA MODA DEL LENTO". ORA BIANCONI E SOCI SONO CRESCIUTI, SIA ANAGRAFICAMENTE SIA MUSICALMENTE. IL NUOVO ALBUM "FANTASMA" NON E' UN DISCO FACILE, DI QUELLI DA MANDARE GIU' AL PRIMO COLPO (ANCHE SE IL PRIMO SINGOLO "LA MORTE NON ESISTE" TI ENTRA SUBITO SOTTOPELLE). LE RICCHE E BELLE ORCHESTRAZIONI HANNO RICHIAMI IMPORTANTI MA NON SCONTATI ED I TESTI, BELLISSIMI COME SEMPRE, VANNO MEDITATI PER BENE E ALLA FINE RISULTERANNO MENNO CUPI DI QUELLO CHE PUO' APPARIRE AD UN PRIMO ASCOLTO. QUI DI SEGUITO POTETE LEGGERE LA BELLA RECENSIONE DI "ONDAROCK".


Francesco Bianconi continua a perseguire e a realizzare i propri sogni.
Il suo slancio verso una perfezione pop densa di classicismo raggiunge l’apice nel disco più ambizioso finora pubblicato dai Baustelle, i quali con “Amen” conclusero idealmente la personale quadrilogia sull’età giovanile, per lanciarsi da “I mistici dell’occidente” verso un percorso più “adulto”.
Bianconi è da sempre alla costante ricerca di una forma “alta” di canzone, che si lascia ispirare senza timori reverenziali tanto dai migliori cantautori di casa nostra (De André e Battiato in primis) quanto dagli storici chansonnier d’oltralpe (Brassens, Gainsbourg).
Una sorta di equivalente musicale di Quentin Tarantino: un citazionista che si è cibato delle cose che ama, le ha triturate, le ha rielaborate, riuscendo nel tempo a sviluppare uno stile personale che oggi lo identifica e lo caratterizza (nel bene e nel male) presso il grande pubblico.
Alle volte può legittimamente apparire insolente o snob, ma il successo che si è ritagliato come songwriter (per sé e per altri) è indiscutibilmente meritato, frutto del superbo lavoro svolto in questi anni.

Per “Fantasma” ha creato un disco organizzato come un film, con tanto di titoli di testa e di coda, interpretabile al tempo stesso come la sua colonna sonora immaginaria, dal taglio profondamente sinfonico, densa di esoterismo, di sonorità spettrali, di citazioni letterarie e cinematografiche.
Niente di nuovo per il suo stile, ma tutto amplificato all’ennesima potenza, ponendo le orchestrazioni al centro del progetto.
Il citazionismo è spintissimo, sin dalla copertina, un omaggio a Nicoletta Elmi, con la bimba ritratta in atteggiamento soprannaturale, a metà strada fra il demoniaco ed i quadri di Klimt, ma è tutto l’artwork a richiamare l’estetica dei film horror anni Settanta.
E’ raro di questi tempi imbattersi in un disco così pensato, con un’idea centrale fortissima, nel quale ogni singolo dettaglio è stato pesato e ponderato oltre misura per far parte di un congegno perfettamente sincronizzato.
Si tratta di un concept figlio dei fantasmi della nostra epoca, dove il tema aggregatore è il trascorrere del tempo: in tredici tracce e sei intermezzi strumentali vengono scandagliate le nostre paure, le nostre solitudini, i nostri incubi.

Tutto è intriso di quel maledettismo figlio di Baudelaire e della “Spoon River Anthology” di Edgar Lee Masters, la percezione dei fantasmi come specchi riflettenti il nostro io, e la conclusione che spesso  i più temibili spettri siamo proprio noi stessi.
Il fantasma è la conseguenza più romantica dell’evento della morte: ma la morte esiste davvero, oppure è il più grande degli inganni? I Baustelle decidono di prendere spunto dai tormenti più amari per affrontare l’evento della perdita in maniera artistica.
Ma dentro “Fantasma” non c’è soltanto scuro pessimismo cosmico, le argomentazioni sono grevi soltanto in apparenza: bastano pochi approfondimenti per comprendere quanto in queste liriche a trionfare siano la speranza, l’amore, la vita.
Persino in “La morte (non esiste più)”, il prezioso instant classic che ha anticipato di qualche settimana la pubblicazione dell’album, il protagonista trova conforto in una visione pura, ultraterrena dell’amore, riuscendo così ad allontanare la paura di morire: un testo sul sollievo, non certo un inno alla fine dei giorni.

Ci sono delle costanti che si ripetono nel songwriting di Bianconi, quali il misticismo, il richiamo a Dio, alla morte, alla guerra, ed anche stavolta non si esce dal seminato, con l’autore che guarnisce le canzoni di ritornelli gloriosi ed arrangiamenti rigogliosi, tendendo alla costante ricerca della perfezione formale. Il suo pop d’autore non disdegna le operazioni filologiche, ripescando musiche da film o temi classici.
Nell’incipit del disco si richiama il tema scritto da Ennio Morricone per “L’uccello dalle piume di cristallo”, film di Dario Argento del 1970.
Altrove vengono ripresi Gustav Mahler, Igor Stravinsky, molta musica e letteratura del Novecento, dando vita ad intermezzi barocchi grazie all’apporto della Film Harmony Orchestra di Breslavia, registrata direttamente in Polonia, dove il passo è stato breve per riesumare la storia di Olivier Messiaen.
“Il finale” è un omaggio al fantasma del celebre compositore francese: arrestato durante la seconda Guerra Mondiale ed internato presso il campo di Gorlitz, scrisse un tema per trio che gli fu consentito nel 1941 di eseguire nello spiazzale della prigione, in condizioni meteo proibitive e con strumenti di fortuna.

Il trio di Montepulciano produce musica dal forte impatto emotivo, si nutre di immagini fantasmatiche tramutando in slanci poetici le situazioni più disparate, come nelle improvvise apparizioni di “Diorama”.
Ispirata da una poesia di Antonio Riccardi e dalle installazioni che ricostruiscono gli ambienti naturali nei musei (in questo caso siamo nel Museo Civico di Storia Naturale di Milano), “Diorama” è una storia che riguarda fantasmi molto particolari: istanti fissati per sempre, momenti definitivamente immutabili, con i Baustelle che riescono ad illuminare attraverso splendidi versi le cose perdute e ormai fossilizzate.
Il Cimitero Monumentale di Milano ispira invece “Monumentale”, uno dei momenti più intensi dell’album, dove l’algida e apparentemente distaccata Rachele Bastreghi prende il centro della scena: qui sono i fantasmi che animano le mute tombe di un cimitero a suggerire la storia, interferenze misteriose che ci collegano inevitabilmente al passato.
I fantasmi di solito appaiono nelle case infestate, come ci ha sempre trasmesso la letteratura gotica, ma a volte possono presentarsi in luoghi inusuali, come nei solchi di un disco, possono essere celati nel nostro abisso interiore (“Cristina”, l’episodio più spumeggiante, quello che vi ritroverete inconsapevolmente a canticchiare sotto la doccia) oppure essere raffigurazioni di noi stessi in momenti che abbiamo vissuto nel passato (la toccante “Il futuro”, che racconta tutta la disillusione di chi si trova a vivere le conseguenze di scelte importanti).

Da notare la ricerca sui titoli (“Nessun muore”, “Primo principio di estinzione”, “Secondo principio di estinzione”), incentrati sulla costruzione del saldissimo fil rouge che lega assieme l’intera tracklist.
Inutile cercare fra questi solchi le nuove “Gomma” o “Charlie fa surf”, orizzonti briosi e giovanilistici che i Baustelle hanno affrontato molto bene in passato, ma oggi il trio pensa ad altro, si dirige altrove, ha un’orchestra intera a disposizione e vuole approfittarne, togliendosi tutti gli sfizi possibili. Tracce del baustellismo più puro restano comunque ancora ben presenti, sia negli arrangiamenti che nei ritornelli trionfali.
Non mancano riferimenti alla situazione politica contingente, espressi in un “Cavalieri del lavoro simili a Gesù/ Non votiamo gli uomini/ Non li votiamo più” cantato ne “L’estinzione della razza umana” o in un velato cenno a qualcuno (sempre il Presidente del Milan?) che appalta la Rai nel testo di “Nessuno”, e sferzate sulla società che ancora oggi non sempre accetta la diversità (“La natura”).
E ancora fantasmi di cari martoriati che ci perseguiteranno per sempre (“Contà l’inverni” nella quale Bianconi coglie l’occasione per cimentarsi con il dialetto romanesco), improvvisi risvegli ritmati (“Maya colpisce ancora”), riflessioni finali sulla ricerca del bene nell’orrore e dell’eterno nell’età (“Radioattività”).

Le partiture orchestrali sono state scritte da Enrico Gabrielli, un musicista che già con i Calibro 35 persegue da anni un’operazione filologica sulle musiche da film, in quel caso i poliziotteschi degli anni Settanta.
Musicalmente più marginale, rispetto al passato, il ruolo di Claudio Brasini, vista la perdita d’importanza delle chitarre in un album concepito come un insieme di moderni lieder, le composizioni tedesche del XIX secolo per soli voce e pianoforte.
Il disco, che vede per la prima volta i Baustelle nelle vesti di produttori esecutivi, è stato registrato per gran parte nei saloni della Fortezza Medicea di Montepulciano ed in altri luoghi della cittadina in provincia di Siena, paese d’origine della band.
Lo sforzo promozionale messo in campo dalla Warner è stato importante: una serie di video trailer a carattere horror distribuiti sul web, una striscia quotidiana per dieci giorni su Radio Rai, spazi rilevanti su tutti i maggiori quotidiani nazionali nei giorni immediatamente precedenti alla pubblicazione, qualche copertina di rilievo e un rigoroso top secret sui contenuti del disco.

“Fantasma” è un lavoro non facile, da ascoltare con lentezza e dedizione, che si presta ad assumere una portata didattica, vista la mole di riferimenti contenuti: è il potere formativo della musica, che si è andato progressivamente perdendo negli ultimi decenni, ma che compositori sensibili come Bianconi tentano di mantenere vivo.
Un disco che va analizzato nella sua interezza, a prescindere dal giudizio sulle singole canzoni, che possono piacere o meno: qui c’è un progetto da valutare, la costruzione di un album fondamentalmente pop, ma concepito per restare, lontano anni luce da tanta musica usa e getta che caratterizza la nostra epoca.
Un lavoro profondamente classico ma al tempo stesso avanguardistico, che impone in maniera definitiva i Baustelle come una delle band più significative del nuovo millennio e Francesco Bianconi come uno dei compositori italiani più sensibili e preparati.
(01/02/2013)

13 febbraio 2013

I VINILI DI DISCHINPIAZZA

NUOVI ARRIVI DI VINILI 
E RIASSORTIMENTI
ECCOVI UNA BREVE SELEZIONE DEI VINILI CHE POTETE TROVARE QUI IN NEGOZIO. OVVIAMENTE L'ASSORTIMENTO E' MOLTO PIU' VASTO, FATE UN SALTO QUI E POTRETE...TOCCARE CON MANO!

SANTANA - ABRAXAS

 ROLLING STONES - AFTERMATH

 RED HOT CHILI PEPPERS - BLOOD SUGAR SEX MAGIK

 CAT STEVENS - TEASER AND THE FIRECAT

VASCO ROSSI - COLPA D'ALFREDO

ROLLING STONES - EXILE ON MAIN STREET

 VAN DER GRAAF GENERATOR - H TO HE

  WEATHER REPORT - HEAVY WEATHER

TELEVISION - MARQUEE MOON

NINA SIMONE - THE AMAZING

 RADIOHEAD - PABLO HONEY

 PATTI SMITH GROUP - RADIO ETHIOPIA

THE WHO - QUADROPHENIA

QUEEN - A KIND OF MAGIC

 QUEEN - NEWS OF THE WORLD

 RADIOHEAD - IN RAINBOWS

 RADIOHEAD - ROCKS GERMANY 2001

 RAMONES - LEAVE HOME

RAMONES - OMONIMO 1°

  RAGE AGAINS THE MACHINE -

 R.E.M. - DOCUMENT

 RADIOHEAD - THE KING OF LIMBS

RADIOHEAD - HIGH & DRIVE EP

ROD STEWART - NEVER A DULL MOMENT

SANTANA - OMONIMO 1°

SIGUR ROS - MED SUD I EYRUM VID SPILUM ENDALAUST

 SIMON & GARFUNKEL - BRIDGE OVER TROUBLED WATER

 SLAYER - SOUTH OF HEAVEN

SLY & THE FAMILY STONE - STAND

 PATTI SMITH - EASTER

THE SMITHS - MEAT IS MURDER

 SOCIAL DISTORTION - SOMEWHERE BETWEEN HEAVEN AND HELL

 ROLLING STONES - SOME GIRLS

SONIC YOUTH - CONFUSION IS SEX

  SPIRIT - OMONIMO 1°

 STEELY DAN - GAUCHO

 STING - THE DREAM OF THE BLUE TURTLES

 TEN YEARS AFTER - STONEDHENGE

SCREAMING TREES - SWEET OBLIVION

  TALKING HEADS - 77

 CAT STEVENS - TEA FOR THE TILLERMAN

 TELEVISION - ADVENTURE

 THE SMITHS - THE QUEEN IS DEAD

 THE STONE ROSES - OMONIMO

 TOOL - OPIATE

 TRAFFIC - MR.FANTASY

 U2 - BOY

U2 - THE UNFORGETTABLE FIRE

VAN DER GRAAF GENERATOR - PAWN HEARTS

VAN HALEN - OMONIMO 1°

VASCO ROSSI - NON SIAMO MICA GLI AMERICANI

VASCO ROSSI - ...MA COSA VUOI CHE SIA UNA CANZONE

 VASCO ROSSI - SIAMO SOLO NOI

 VELVET UNDERGROUND & NICO

TOM WAITS - CLOSING TIME

TOM WAITS - THE HEART OF SATURDAY NIGHT

WEATHER REPORT - BLACK MARKET

THE WHO - WHO'S NEXT

 STEVIE WONDER - MUSIC OF MY MIND

STEVIE WONDER - TALKING BOOK

 YES - THE YES ALBUM

 NEIL YOUNG - PSYCHEDELIC PILL

 NEIL YOUNG - ZUMA

 ZZ TOP - FANDANGO